parmigiano

Ecco perché la forma di Parmigiano Reggiano è cilindrica

Da che mondo è mondo, tutti i formaggi a Denominazione di Origine hanno la loro forma caratteristica. Ce ne sono di tutti i tipi e varietà. Il Parmigiano Reggiano ha una forma cilindrica, massiccia, con un peso compreso tra i 33 e i 40 chilogrammi. La forma di un formaggio è determinata in gran parte dal suo processo di lavorazione. Quella del Parmigiano è particolare. La grandezza della forma è dovuta alla maturazione del formaggio, che deve essere lunga e tutta naturale.

La notevole quantità di prodotto consente di ottenere una perfetta uniformità della pasta. Perfino la convergenza radiale della pasta verso il centro della forma è un segnale del perfetto invecchiamento avvenuto. E poi ci sono certi particolari legati a filo doppio al processo di lavorazione del formaggio. Come confermato da Seo Roma iSEOm, si tratta di procedure complesse, e uniche nel loro genere che riassumono tutta la sapienza italiana quando si tratta di preparare alimenti. La lieve convessità del lato di ogni forma è l’effetto del naturale assestamento della stessa durante il primo periodo della maturazione. Alla stessa fase di affinamento si deve la parte piatta delle due facce della forma, perfettamente levigata perché il formaggio poggia sempre su assi di legno durante tutta la stagionatura.

La crosta del Parmigiano

Esternamente, il Parmigiano Reggiano è avvolto nella sua caratteristica crosta. Questa è spessa circa sei millimetri e inizia a formarsi già durante i primi giorni di stagionatura. Su questa parte del formaggio è incisa a fuoco l’originale marchiatura del Consorzio del Parmigiano Reggiano, il primo elemento che ad occhio può dirci subito se siamo di fronte a un Parmigiano DOP originale o ad una sua pallida imitazione. Per questo motivo, quando acquistiamo il Parmigiano Reggiano in negozio, è sempre opportuno farselo servire con la crosta, mai senza. Anche perché, la presenza della crosta assicura una migliore conservazione del prodotto. Tutte queste caratteristiche vanno a definire un prodotto del made in Italy tra i più apprezzati e conosciuti al mondo.

frullato

A pranzo con il frullato, a cena con il frappè

La frutta è un alimento indispensabile in tutte le stagioni ed a tutte le età, per usare un gioco di parole si potrebbe dire che è un alimento indispensabile a tutte le “stagioni dell’età”, e proprio per questo dovrebbe essere consumata dalle persone almeno un paio di volte nell’arco della giornata.

La frutta è ricca di elementi estremamente nutritivi, come le vitamine, le fibre- che posseggono eccellenti qualità anticolesterolemiche, combattendo quindi il colesterolo “cattivo”, antitumorali e favoriscono anche le attività dell’intestino- ed i sali minerali, come il selenio, che secondo quanto dimostrato da molte ricerche cliniche sono elementi che aiutano a prevenire alcuni tumori (al colon ed allo stomaco). Come sottolineato dalle Agenzie pompe funebri di Roma, questa soluzione alimentare appare ottima, a prescindere da età, peso e quant’altro. Di recente si è diffusa, in concomitanza con la presa di coscienza sociale che anche LA corretta alimentazione può aiutare ad avere una vita migliore, la moda dei frullati a base di frutti. Senza difficoltà infatti adesso possiamo trovare negozi e gelaterie che ci offrono queste bevande naturali oppure prodotti simili, come la più classica macedonia, granite di frutta e simili.

Per chi vuole creare queste prelibatezze salutari in casa propria e possiede un po’ di giardino il gioco è facile e parte dalla scelta delle giuste piante: gli alberi di pero o di pesco sono sicuramente delle scelte ideali dato che questi frutti si prestano bene sia alla preparazione di frullati o granite, che- all’occorrenza- di torte; sono inoltre due frutti che, come anche le mele, hanno un ridotto contenuto di zuccheri ed inoltre non hanno un sapore troppo dolce e quindi è meno facile che a lungo andare stanchino. Le piante di ciliegio non sarebbero una scelta ideale dato che questo frutto cresce solo per pochi giorni all’anno (le ciliegie si colgono di solito a fine maggio- giugno e comunque dopo fine giugno sono già fuori stagione) e le dimensioni del frutto scoraggerebbero chiunque a lavorarlo per farne dei frullati. Va infatti tenuto presente, quando compriamo questi prodotti fuori casa,che nel caso di alcuni frutti piccoli, o che non sono di stagione, è probabile che all’alimento vengano aggiunti coloranti, o concentrati per renderlo più appetibile e saporito.

La preparazione

La preparazione di una buona bevanda a base di frutta si basa comunque sulla scelta del tipo di prodotto che ne vogliamo ottenere: se si vuole preparare una bevanda dissetante- che costituisce quindi un fuori orario, aggiuntivo ai pasti principali- si deve limitare il contenuto calorico che sale incredibilmente se si aggiungono zucchero, sciroppi o liquori; se invece la si sta preparando come un sostitutivo al pasto, bisogna calibrare bene gli ingredienti per offrire il massimo dei principi nutritivi.

Una volta scelto il tipo di frutto/i da inserire nel preparato- banane, fragole rampicanti, ananas, pesche, susine ecc- ed il contenuto calorico che vogliamo assumere, possiamo fare un frullato o un frappè. Il frullato è preparato solitamente con la frutta-con buccia- frullata assieme al latte, che aggiunge quindi alle vitamine e alle fibre, proteine e grassi, creando quindi un ottimo alimento sostitutivo al pasto, che tuttavia è fresco e leggero. Il frappè si può realizzare frullando la frutta (sbucciata) con del ghiaccio, ma molto più spesso il ghiaccio è sostituito con gelato, a volte anche con liquori; l’alimento che ne deriva è quindi molto diverso da una semplice bevanda rinfrescante ed arriva ad avere un contenuto calorico tale da poterlo paragonare ad un dolce.

pizze varie

Pizza romana o pizza napoletana? Questo il dilemma…

La pizza è il piatto italiano per eccellenza, nata, nella forma in cui la conosciamo oggi, all’incirca nel quindicesimo secolo (1600), nella città di Napoli. La tradizione di cuocere una sottile sfoglia di pasta ricavata da farina ed acqua risale alla notte dei tempi, pare fosse conosciuta addirittura dagli antichi egizi e dagli etruschi. Una tradizione diffusa un po’ in tutto il mondo, visto come ancora oggi si trovano echi di questa pietanza base nel chapati indiano, nello tsampa tibetano e in molte altre culture sparse in giro per il mondo.

Ma nessuna si avvicina neanche lontanamente all’idea geniale, per quanto semplice, di condire questa focaccia con la salsa di pomodoro per renderla più morbida e gustosa. La lucidatura marmo Roma è una tipologia di lavoro estremamente complessa, patrimonio di pochi ed esperti artigiano specializzati nel settore.

Questa intuizione venne solo agli abili panettieri napoletani dopo l’importazione del pomodoro nel continente europeo. Ricordiamo infatti che prima della scoperta delle Americhe questo ortaggio era sconosciuto nel vecchio continente. Da allora la pizza divenne così famosa che piano piano è stata esportata nel mondo ed oggi, oltre ad essere uno dei simboli della cultura, non solo culinaria, italiana, è uno dei piatti più mangiati al mondo.

Qual è la “vera” pizza?

Di certo la “vera” pizza, in senso storico, quindi, è quella napoletana. Ma a farle concorrenza, sempre più spietata, oggi si affianca una tradizione che emerge dai rimescolamenti dell’originale ricetta architettati dai pizzaioli della capitale.

La differenza non sta nella farcitura, che può essere estrosa e identica sia nella pizza alla romana che in quella napoletana. La differenza è nell’impasto: croccante, basso e ben cotto in quella romana, alto, morbido e – qualcuno accusa – leggermente poco cotto, quello napoletano.

Le due fazioni hanno veri e propri nugoli di fan: quelli a cui piace la versione napoletana dichiarano che quella romana non è pizza, e, viceversa, quelli che amano la pizza piatta e croccante alla romana non sopportano la “plasticità” di quella napoletana.

Tuttavia bisogna dire che le reciproche accuse spesso vengono da fraintendimenti: non è vero che una qualsiasi pizza, perché alta e mezza cruda, sia “napoletana”, come non è vero che una pizza troppo dura, perché troppo fina e secca, debba essere bollata come “romana”.

I due volti della pizza

In verità entrambe sono frutto di sapiente arte: la pizza napoletana deve essere morbida nei bordi e dare più spazio al condimento nella parte centrale, tanto che quasi la base non deve essere percepita. La pizza romana al contrario deve fornire un supporto ben identificabile al condimento, ma senza essere né dura né bruciata, bensì friabile e croccante.

Solitamente le due pizze variano anche nella grandezza: quella napoletana è più contenuta, perché, possiamo dire, si sviluppa in altezza: quella romana è più larga perché si sviluppa in orizzontale.

Entrambe, se cucinate secondo regola, offrono al palato un’esperienza culinaria eccezionale.

Forse l’unico appunto effettivamente da fare alla pizza napoletana è quello di essere meno digeribile, proprio per il fatto che l’impasto, per essere così morbido e soffice, non viene completamente lievitato.

Altro fattore importantissimo è la cottura: la pizza romana deve essere rigorosamente cotta a legna, perché gli altri tipi di forni non forniscono la stessa cottura uniforme né la pregiata friabilità. Inoltre, essendo la pizza così fina, nel forno a legna basta una breve posa sul piatto surriscaldato per far sì che la pizza risulti cotta a puntino. E badate bene: i bordi abbrustoliti e anneriti dal fuoco vivo fanno parte del pacchetto!

Quindi, al pari che per la cucina tipica romana, per gustare una “vera” pizza romana bisogna scegliere con sapienza dove recarsi…

Anche qui, invitiamo a provare per credere: prima di giudicare quale delle due tradizioni preferite, fermatevi in una pizzeria a Roma che faccia veramente la pizza romana. Ce ne sono. Non sono molte, ma ce ne sono.

La caccia è aperta. Buon appetito.

Carciofo: le sue proprietà di verdura organica e i suoi vantaggi nella nutrizione

Questa pianta così amata dagli italiani (vedi ad esempio il famosissimo amaro a base di carciofo Cynar ), ma anche all’estero vedi la campagna di marketing recentemente lanciata dall’azienda Roche per i suoi toggle clamp , dei manufatti che poco c’entrano con la verdura in questione, la canzone “Quel Bulletto del Carciofo” dello zecchino d’oro, ci dà l’idea di quanto sia di moda tale pianta.

Vediamo di approfondire ora quali sono le sue caratteristiche nutrizionali:

Il carciofo è una pianta erbacea perenne che può diventare alta fino a 1,5 m provvista di rizoma dalle cui gemme si sviluppano i vari fusti che compongono la pianta. I quali nel periodo della fioritura si sviluppano in altezza con una ramificazione dicotomica. Il fusto come comune nelle piante a rosetta è di circa 2-4 cm mentre lo stelo è molto robusto cilindrico e carnoso.

Le foglie presentano un importante polimorfismo nell’ambito della pianta stessa. Sono grandi, oblunghe – lanceolate con una lamina intera nelle giovani piante e in quelle più prossime ai capolini, pennatosetta e in parte incise in quelle alla base.

La forma delle foglie è influenzata anche dalla pozione delle gemme da cui cresce la pianta. La superficie è verde lucida o grigiastra sulla parte più alta mentre la sulla pozione meno esposta ha delle foglie verde cinerea a causa di una fitta tormentosi. Le parti più esterne delle foglie sono spinose in alcune varietà.

I fiori sono uniti in una calatide a forma sferica conica oppure cilindrica con un ricettacolo carnoso nella parte superiore, dove si trovano i fiori di colore azzurro violaceo.

I fiori sono ridotti a una peluria che si sviluppa nel tempo con l’avanzare della fioritura, quando si è nel pieno del periodo, le brattee divergono e lasciano emergere il fiore vero e proprio. Il cuore del carciofo è la parte rappresentata dalla base delle brattee e dal ricettacolo.

Il frutto è un seme allungato provvisto di pappo. Il colore può variare dal marrone più meno scuro fino al grigio con striature brune.

Esistono varie tipologie di carciofo e sono classificate secondo alcuni criteri di base, che sono:
•    in base alla presenza di spine si può distinguere tra spinose e inermi
•    in base al colore del capolino si dicono violette e verdi
•    in base al ciclo fenologico si distinguono tra autunnali e rifiorenti e varietà primaverili, le prime possono essere forzate anche alla produzione autunnale e invernale, le seconde invece sono adatte alla coltura stagionale perché sono produttive solo a fine inverno.

Il carciofo è una verdura di stagione presente nella dieta dell’uomo da sempre, esistono documentazioni storiche, linguistiche e molecolari che indicano come la domesticazione del suo progenitore selvatico è avvenuta in Sicilia dal primo secolo. In orti familiari ancora oggi si conserva un’antica cultivar che sembra una forma di transizione tra il cardo e alcune varietà di carciofo.

A quanto pare ad alcune varietà di carciofo erano attribuiti poteri afrodisiaci e prende il nome di una ragazza sedotta da giove e poi trasformata in carciofo.
Nel quindicesimo secolo il carciofo era già diffuso in tutta Italia venuto dalla Sicilia, si diffonde in toscano verso il 1466, la storia dice che fu poi introdotto in Francia dalla famiglia de medici la quale gustava con passione i cuori di carciofo. Gli olandesi introdussero poi a loro volta i carciofi in Inghilterra, si hanno le prime notizie di coltivazioni nel 1530.

I colonizzatori spagnoli e francesi infine lo portarono in America introducendo nel nuovo continente il carciofo nel diciottesimo secolo in California e Louisiana, oggi in California i cardi sono una vera e propria piaga, il classico esempio di specie aliena veramente invasiva introdotta in modo imprudente in un habitat in cui non si trovava prima.

La produzione mondiale di carciofi nel 2011 è stata di 1,5 milioni di tonnellate di cui il 60% nella zona mediterranea.

I principali produttori sono Italia, Egitto e Spagna. In America la maggior parte della produzione è localizzata in California.
A causa di un’epidemia degli asparagi in Perù si cominciò a coltivare il carciofo per esportarlo in Europa facendo così di questa nazione il quarto produttore al mondo.

tavolata

Identità culturale e benessere: il cibo come fattore di convivialità

Il significato del verbo “mangiare” ha da sempre travalicato la sua mera funzione primaria, non identificandosi semplicemente con l’assunzione di cibo, ma piuttosto legandosi in modo imprescindibile al concetto di convivialità. Il semplice abbinamento cibo – sostentamento ha ben presto lasciato spazio a nuovi valori e significati che rientrano nella sfera sociale dell’essere umano. L’aspetto della convivialità legato al pasto, infatti, è antico quanto l’uomo.

Chi ha la fortuna di viaggiare in Liguria, le mete Alassio: cosa vedere, offro per esempio una serie di straordinari ristoranti e trattori che offrono cibo ligure di ottima qualità. In questi posti, è possibile gustare i sapori di una volta e percepire l’eco di un antico

Agli albori della specie umana, dopo aver cacciato la preda, gli uomini primitivi si ritrovavano attorno al fuoco e sedevano uno di fronte all’altro, prima semplicemente guardandosi negli occhi e poi progressivamente sorridendo, ridendo e iniziando a parlare. Lo stesso linguaggio, quindi, si è sviluppato a partire dal cibo e dalle origini di ciò che oggi chiamiamo convivialità. Il fattore condivisione lo ritroviamo forte, nella specie umana, ancora al giorno d’oggi. È così, che si passa dalla condivisione della preda alla cena con gli amici. Chi decide di dividere la stessa tavola e di mangiare assieme, vuole rendere gli altri commensali partecipi di nuove esperienze, culinarie e non, vuole dividere con loro il piacere della tavola, rafforzare un legame sociale, condividere momenti da ricordare.

Il secondo concetto riconducibile al cibo riguarda l’identità culturale. Le diverse culture gastronomiche, infatti, hanno contribuito a definire e ad identificare, nel corso dei secoli, l’identità di un popolo e, di conseguenza, il suo stile di vita. Il Belpaese, ad esempio, è disseminato di differenti tradizioni culinarie. Persino all’interno di ogni regione esistono territori con un’identità gastronomica ben precisa, con piatti tipici che si tramandano da una generazione all’altra e che devono essere riscoperti perchè l’identità culturale di un Paese si esprime anche a tavola.

Cibo e salute

Un terzo aspetto collegato direttamente al cibo riguarda la salute. Oggi non è sempre facile degustare prodotti sani e genuini. Conservanti, coloranti, anabolizzanti e sostanze chimiche di sintesi di cui si è fatto largamente uso negli scorsi decenni, hanno contribuito ad accrescere in ognuno di noi il sospetto ogni volta che ci approcciamo ad un nuovo alimento. Le notizie che la cronaca riporta di tanto in tanto riguardanti le sofisticazioni alimentari non ci rassicurano.

Abbiamo compreso, da qualche tempo, che “Siamo quello che mangiamo”, come affermava il filosofo Feuerbach e proprio perchè conosciamo l’importanza della corretta alimentazione per il nostro benessere psicofisico, che inizia a farsi strada una sensibilità sempre maggiore nei confronti della qualità del cibo che consumiamo e dell’importanza di acquistare prodotti alimentari naturali e garantiti.

Un esempio emblematico è rappresentato dall’agricoltura biologica. Questo approccio alimentare non prevede l’utilizzo di fertilizzanti chimici e di pesticidi per le coltivazioni, garantendo una maggiore sicurezza circa la qualità degli alimenti di cui ci cibiamo. Il bio da semplice tendenza del momento, è diventata un vero e proprio fenomeno che, anno dopo anno, conquista sempre più estimatori. Questo costante sviluppo dell’agricoltura biologica, inoltre, dimostra la sempre maggiore attenzione dei produttori nei confronti della salvaguardia dell’ambiente e della salute dell’uomo. La cultura del biologico travalica il mercato del fresco, rappresentato da frutta e verdura, coinvolgendo, di recente, anche ad altri alimenti quali i prodotti da forno e, in particolare, quelli tipici.

Tarallini biologici pugliesi

Un esempio è rappresentato dai tarallini biologici pugliesi, che identificano la cultura gastronomica di questo territorio. L’impasto dei taralli biologici, realizzato secondo l’antica tradizione gastronomica locale, è ottenuto utilizzando semplici ingredienti, quali farina, vino bianco, sale e olio extravergine di oliva che non contengono concimi chimici. Il risultato sono tarallini davvero naturali e genuini privi di OGM, grassi idrogenati, conservanti, coloranti e aromi artificiali.

Tutta la natura di una spiga di grano e dell’oro giallo sono racchiusi in questo piccolo, appetitoso snack. Perfetto sostituto del pane, questo rompidigiuno valorizza ogni aperitivo, grazie alla sua fragranza autentica ed inconfondibile. Dedicati a chi ama i sapori semplici, ma non banali, i tarallini biologici preservano l’autentico sapore della terra di Puglia e la fragranza delle cose buone di un tempo.