parmigiano

Ecco perché la forma di Parmigiano Reggiano è cilindrica

Da che mondo è mondo, tutti i formaggi a Denominazione di Origine hanno la loro forma caratteristica. Ce ne sono di tutti i tipi e varietà. Il Parmigiano Reggiano ha una forma cilindrica, massiccia, con un peso compreso tra i 33 e i 40 chilogrammi. La forma di un formaggio è determinata in gran parte dal suo processo di lavorazione. Quella del Parmigiano è particolare. La grandezza della forma è dovuta alla maturazione del formaggio, che deve essere lunga e tutta naturale.

La notevole quantità di prodotto consente di ottenere una perfetta uniformità della pasta. Perfino la convergenza radiale della pasta verso il centro della forma è un segnale del perfetto invecchiamento avvenuto. E poi ci sono certi particolari legati a filo doppio al processo di lavorazione del formaggio. Come confermato da Seo Roma iSEOm, si tratta di procedure complesse, e uniche nel loro genere che riassumono tutta la sapienza italiana quando si tratta di preparare alimenti. La lieve convessità del lato di ogni forma è l’effetto del naturale assestamento della stessa durante il primo periodo della maturazione. Alla stessa fase di affinamento si deve la parte piatta delle due facce della forma, perfettamente levigata perché il formaggio poggia sempre su assi di legno durante tutta la stagionatura.

La crosta del Parmigiano

Esternamente, il Parmigiano Reggiano è avvolto nella sua caratteristica crosta. Questa è spessa circa sei millimetri e inizia a formarsi già durante i primi giorni di stagionatura. Su questa parte del formaggio è incisa a fuoco l’originale marchiatura del Consorzio del Parmigiano Reggiano, il primo elemento che ad occhio può dirci subito se siamo di fronte a un Parmigiano DOP originale o ad una sua pallida imitazione. Per questo motivo, quando acquistiamo il Parmigiano Reggiano in negozio, è sempre opportuno farselo servire con la crosta, mai senza. Anche perché, la presenza della crosta assicura una migliore conservazione del prodotto. Tutte queste caratteristiche vanno a definire un prodotto del made in Italy tra i più apprezzati e conosciuti al mondo.

frullato

A pranzo con il frullato, a cena con il frappè

La frutta è un alimento indispensabile in tutte le stagioni ed a tutte le età, per usare un gioco di parole si potrebbe dire che è un alimento indispensabile a tutte le “stagioni dell’età”, e proprio per questo dovrebbe essere consumata dalle persone almeno un paio di volte nell’arco della giornata.

La frutta è ricca di elementi estremamente nutritivi, come le vitamine, le fibre- che posseggono eccellenti qualità anticolesterolemiche, combattendo quindi il colesterolo “cattivo”, antitumorali e favoriscono anche le attività dell’intestino- ed i sali minerali, come il selenio, che secondo quanto dimostrato da molte ricerche cliniche sono elementi che aiutano a prevenire alcuni tumori (al colon ed allo stomaco). Come sottolineato dalle Agenzie pompe funebri di Roma, questa soluzione alimentare appare ottima, a prescindere da età, peso e quant’altro. Di recente si è diffusa, in concomitanza con la presa di coscienza sociale che anche LA corretta alimentazione può aiutare ad avere una vita migliore, la moda dei frullati a base di frutti. Senza difficoltà infatti adesso possiamo trovare negozi e gelaterie che ci offrono queste bevande naturali oppure prodotti simili, come la più classica macedonia, granite di frutta e simili.

Per chi vuole creare queste prelibatezze salutari in casa propria e possiede un po’ di giardino il gioco è facile e parte dalla scelta delle giuste piante: gli alberi di pero o di pesco sono sicuramente delle scelte ideali dato che questi frutti si prestano bene sia alla preparazione di frullati o granite, che- all’occorrenza- di torte; sono inoltre due frutti che, come anche le mele, hanno un ridotto contenuto di zuccheri ed inoltre non hanno un sapore troppo dolce e quindi è meno facile che a lungo andare stanchino. Le piante di ciliegio non sarebbero una scelta ideale dato che questo frutto cresce solo per pochi giorni all’anno (le ciliegie si colgono di solito a fine maggio- giugno e comunque dopo fine giugno sono già fuori stagione) e le dimensioni del frutto scoraggerebbero chiunque a lavorarlo per farne dei frullati. Va infatti tenuto presente, quando compriamo questi prodotti fuori casa,che nel caso di alcuni frutti piccoli, o che non sono di stagione, è probabile che all’alimento vengano aggiunti coloranti, o concentrati per renderlo più appetibile e saporito.

La preparazione

La preparazione di una buona bevanda a base di frutta si basa comunque sulla scelta del tipo di prodotto che ne vogliamo ottenere: se si vuole preparare una bevanda dissetante- che costituisce quindi un fuori orario, aggiuntivo ai pasti principali- si deve limitare il contenuto calorico che sale incredibilmente se si aggiungono zucchero, sciroppi o liquori; se invece la si sta preparando come un sostitutivo al pasto, bisogna calibrare bene gli ingredienti per offrire il massimo dei principi nutritivi.

Una volta scelto il tipo di frutto/i da inserire nel preparato- banane, fragole rampicanti, ananas, pesche, susine ecc- ed il contenuto calorico che vogliamo assumere, possiamo fare un frullato o un frappè. Il frullato è preparato solitamente con la frutta-con buccia- frullata assieme al latte, che aggiunge quindi alle vitamine e alle fibre, proteine e grassi, creando quindi un ottimo alimento sostitutivo al pasto, che tuttavia è fresco e leggero. Il frappè si può realizzare frullando la frutta (sbucciata) con del ghiaccio, ma molto più spesso il ghiaccio è sostituito con gelato, a volte anche con liquori; l’alimento che ne deriva è quindi molto diverso da una semplice bevanda rinfrescante ed arriva ad avere un contenuto calorico tale da poterlo paragonare ad un dolce.

pizze varie

Pizza romana o pizza napoletana? Questo il dilemma…

La pizza è il piatto italiano per eccellenza, nata, nella forma in cui la conosciamo oggi, all’incirca nel quindicesimo secolo (1600), nella città di Napoli. La tradizione di cuocere una sottile sfoglia di pasta ricavata da farina ed acqua risale alla notte dei tempi, pare fosse conosciuta addirittura dagli antichi egizi e dagli etruschi. Una tradizione diffusa un po’ in tutto il mondo, visto come ancora oggi si trovano echi di questa pietanza base nel chapati indiano, nello tsampa tibetano e in molte altre culture sparse in giro per il mondo.

Ma nessuna si avvicina neanche lontanamente all’idea geniale, per quanto semplice, di condire questa focaccia con la salsa di pomodoro per renderla più morbida e gustosa. La lucidatura marmo Roma è una tipologia di lavoro estremamente complessa, patrimonio di pochi ed esperti artigiano specializzati nel settore.

Questa intuizione venne solo agli abili panettieri napoletani dopo l’importazione del pomodoro nel continente europeo. Ricordiamo infatti che prima della scoperta delle Americhe questo ortaggio era sconosciuto nel vecchio continente. Da allora la pizza divenne così famosa che piano piano è stata esportata nel mondo ed oggi, oltre ad essere uno dei simboli della cultura, non solo culinaria, italiana, è uno dei piatti più mangiati al mondo.

Qual è la “vera” pizza?

Di certo la “vera” pizza, in senso storico, quindi, è quella napoletana. Ma a farle concorrenza, sempre più spietata, oggi si affianca una tradizione che emerge dai rimescolamenti dell’originale ricetta architettati dai pizzaioli della capitale.

La differenza non sta nella farcitura, che può essere estrosa e identica sia nella pizza alla romana che in quella napoletana. La differenza è nell’impasto: croccante, basso e ben cotto in quella romana, alto, morbido e – qualcuno accusa – leggermente poco cotto, quello napoletano.

Le due fazioni hanno veri e propri nugoli di fan: quelli a cui piace la versione napoletana dichiarano che quella romana non è pizza, e, viceversa, quelli che amano la pizza piatta e croccante alla romana non sopportano la “plasticità” di quella napoletana.

Tuttavia bisogna dire che le reciproche accuse spesso vengono da fraintendimenti: non è vero che una qualsiasi pizza, perché alta e mezza cruda, sia “napoletana”, come non è vero che una pizza troppo dura, perché troppo fina e secca, debba essere bollata come “romana”.

I due volti della pizza

In verità entrambe sono frutto di sapiente arte: la pizza napoletana deve essere morbida nei bordi e dare più spazio al condimento nella parte centrale, tanto che quasi la base non deve essere percepita. La pizza romana al contrario deve fornire un supporto ben identificabile al condimento, ma senza essere né dura né bruciata, bensì friabile e croccante.

Solitamente le due pizze variano anche nella grandezza: quella napoletana è più contenuta, perché, possiamo dire, si sviluppa in altezza: quella romana è più larga perché si sviluppa in orizzontale.

Entrambe, se cucinate secondo regola, offrono al palato un’esperienza culinaria eccezionale.

Forse l’unico appunto effettivamente da fare alla pizza napoletana è quello di essere meno digeribile, proprio per il fatto che l’impasto, per essere così morbido e soffice, non viene completamente lievitato.

Altro fattore importantissimo è la cottura: la pizza romana deve essere rigorosamente cotta a legna, perché gli altri tipi di forni non forniscono la stessa cottura uniforme né la pregiata friabilità. Inoltre, essendo la pizza così fina, nel forno a legna basta una breve posa sul piatto surriscaldato per far sì che la pizza risulti cotta a puntino. E badate bene: i bordi abbrustoliti e anneriti dal fuoco vivo fanno parte del pacchetto!

Quindi, al pari che per la cucina tipica romana, per gustare una “vera” pizza romana bisogna scegliere con sapienza dove recarsi…

Anche qui, invitiamo a provare per credere: prima di giudicare quale delle due tradizioni preferite, fermatevi in una pizzeria a Roma che faccia veramente la pizza romana. Ce ne sono. Non sono molte, ma ce ne sono.

La caccia è aperta. Buon appetito.

Carciofo: le sue proprietà di verdura organica e i suoi vantaggi nella nutrizione

Questa pianta così amata dagli italiani (vedi ad esempio il famosissimo amaro a base di carciofo Cynar ), ma anche all’estero vedi la campagna di marketing recentemente lanciata dall’azienda Roche per i suoi toggle clamp , dei manufatti che poco c’entrano con la verdura in questione, la canzone “Quel Bulletto del Carciofo” dello zecchino d’oro, ci dà l’idea di quanto sia di moda tale pianta.

Vediamo di approfondire ora quali sono le sue caratteristiche nutrizionali:

Il carciofo è una pianta erbacea perenne che può diventare alta fino a 1,5 m provvista di rizoma dalle cui gemme si sviluppano i vari fusti che compongono la pianta. I quali nel periodo della fioritura si sviluppano in altezza con una ramificazione dicotomica. Il fusto come comune nelle piante a rosetta è di circa 2-4 cm mentre lo stelo è molto robusto cilindrico e carnoso.

Le foglie presentano un importante polimorfismo nell’ambito della pianta stessa. Sono grandi, oblunghe – lanceolate con una lamina intera nelle giovani piante e in quelle più prossime ai capolini, pennatosetta e in parte incise in quelle alla base.

La forma delle foglie è influenzata anche dalla pozione delle gemme da cui cresce la pianta. La superficie è verde lucida o grigiastra sulla parte più alta mentre la sulla pozione meno esposta ha delle foglie verde cinerea a causa di una fitta tormentosi. Le parti più esterne delle foglie sono spinose in alcune varietà.

I fiori sono uniti in una calatide a forma sferica conica oppure cilindrica con un ricettacolo carnoso nella parte superiore, dove si trovano i fiori di colore azzurro violaceo.

I fiori sono ridotti a una peluria che si sviluppa nel tempo con l’avanzare della fioritura, quando si è nel pieno del periodo, le brattee divergono e lasciano emergere il fiore vero e proprio. Il cuore del carciofo è la parte rappresentata dalla base delle brattee e dal ricettacolo.

Il frutto è un seme allungato provvisto di pappo. Il colore può variare dal marrone più meno scuro fino al grigio con striature brune.

Esistono varie tipologie di carciofo e sono classificate secondo alcuni criteri di base, che sono:
•    in base alla presenza di spine si può distinguere tra spinose e inermi
•    in base al colore del capolino si dicono violette e verdi
•    in base al ciclo fenologico si distinguono tra autunnali e rifiorenti e varietà primaverili, le prime possono essere forzate anche alla produzione autunnale e invernale, le seconde invece sono adatte alla coltura stagionale perché sono produttive solo a fine inverno.

Il carciofo è una verdura di stagione presente nella dieta dell’uomo da sempre, esistono documentazioni storiche, linguistiche e molecolari che indicano come la domesticazione del suo progenitore selvatico è avvenuta in Sicilia dal primo secolo. In orti familiari ancora oggi si conserva un’antica cultivar che sembra una forma di transizione tra il cardo e alcune varietà di carciofo.

A quanto pare ad alcune varietà di carciofo erano attribuiti poteri afrodisiaci e prende il nome di una ragazza sedotta da giove e poi trasformata in carciofo.
Nel quindicesimo secolo il carciofo era già diffuso in tutta Italia venuto dalla Sicilia, si diffonde in toscano verso il 1466, la storia dice che fu poi introdotto in Francia dalla famiglia de medici la quale gustava con passione i cuori di carciofo. Gli olandesi introdussero poi a loro volta i carciofi in Inghilterra, si hanno le prime notizie di coltivazioni nel 1530.

I colonizzatori spagnoli e francesi infine lo portarono in America introducendo nel nuovo continente il carciofo nel diciottesimo secolo in California e Louisiana, oggi in California i cardi sono una vera e propria piaga, il classico esempio di specie aliena veramente invasiva introdotta in modo imprudente in un habitat in cui non si trovava prima.

La produzione mondiale di carciofi nel 2011 è stata di 1,5 milioni di tonnellate di cui il 60% nella zona mediterranea.

I principali produttori sono Italia, Egitto e Spagna. In America la maggior parte della produzione è localizzata in California.
A causa di un’epidemia degli asparagi in Perù si cominciò a coltivare il carciofo per esportarlo in Europa facendo così di questa nazione il quarto produttore al mondo.

La storia delle candele di Natale

Le vacanze di Natale prevedono molte tradizioni, alcune delle quali coinvolgono le candele di Natale. Durante le feste natalizie, candele (di colore rosso, verde o bianco) realizzate da cerai artigianali vengono collocate vicino alle finestre ma anche sui rami degli alberi di Natale. Costumi simili che coinvolgono le candele sono praticati anche all’interno di altre feste non cristiane, risalenti agli antichi romani.

Tutto molto diverso da quanto avviene oggi, alla fine dell’anno, quando si festeggia per esempio il capodanno Sheraton Roma in un contesto decisamente elegante e prestigioso. Tornando alle vecchie tradizioni, secondo molti, la luce delle candele non ha solo come simbolo il Natale, ma tante altre festività, come la Pasqua e i compleanni. Una qualunque forma di luce ha segnato l’uomo nella sua gioia. Secoli prima della nascita di Gesù, le persone illuminate da torce e falò praticavano i loro riti del solstizio d’inverno. Gli antichi Scandinavi costruivano torce di fuoco per sfidare il Re Frost.

Saturnalia

Molte delle tradizioni legate alle candele di Natale sono praticate dai cristiani usando le candele durante la festa romana Saturnalia, una festa pagana dedicata al dio romano Saturno.

Durante la festa romana Saturnalia, la luce delle candele era simbolo della luce di Saturno. I romani, durante queste feste, si salutavano l’un l’altro tenendo in mano un candela, così come nella religione cristiana, si saluta l’un l’altro in chiesa durante le cerimonie di Natale.

La gente del Medioevo poneva le candele accese alle finestre la vigilia di Natale per guidare il Bambino Gesù per la sua strada. L’usanza di mettere una candela alla finestra durante il periodo natalizio è ancora un’usanza conservata dai cristiani di oggi.

Mentre oggi, gli alberi di natale sono ornati da luci artificiali, una volta era pratica comune posizionare le candele sull’albero di Natale. Durante il periodo vittoriano, molti cristiani iniziarono mette due candele sull’albero di Natale. La fiamma della candela era considerato simbolo della stella che guidò i Re Magi a Gesù.

Ancora una volta, quest’usanza e collegata all’usanza romana durante le feste di Saturnalia. I romani collocavano le candele accese su piccoli alberi in onore a Saturno che ha benedetto i loro raccolti.

Cerimonie religiose

Le candele di Natale hanno un ruolo importante in alcune cerimonie in chiesa. È una pratica diffusa accendere una candela bianca durante la vigilia di Natale durante la funzione religiosa. Mentre la candela è accesa, i membri della chiesa dicono una preghiera.

Il lume di candela, in questa tradizione, rappresenta simbolicamente la luce di Dio.

tavolata

Identità culturale e benessere: il cibo come fattore di convivialità

Il significato del verbo “mangiare” ha da sempre travalicato la sua mera funzione primaria, non identificandosi semplicemente con l’assunzione di cibo, ma piuttosto legandosi in modo imprescindibile al concetto di convivialità. Il semplice abbinamento cibo – sostentamento ha ben presto lasciato spazio a nuovi valori e significati che rientrano nella sfera sociale dell’essere umano. L’aspetto della convivialità legato al pasto, infatti, è antico quanto l’uomo.

Chi ha la fortuna di viaggiare in Liguria, le mete Alassio: cosa vedere, offro per esempio una serie di straordinari ristoranti e trattori che offrono cibo ligure di ottima qualità. In questi posti, è possibile gustare i sapori di una volta e percepire l’eco di un antico

Agli albori della specie umana, dopo aver cacciato la preda, gli uomini primitivi si ritrovavano attorno al fuoco e sedevano uno di fronte all’altro, prima semplicemente guardandosi negli occhi e poi progressivamente sorridendo, ridendo e iniziando a parlare. Lo stesso linguaggio, quindi, si è sviluppato a partire dal cibo e dalle origini di ciò che oggi chiamiamo convivialità. Il fattore condivisione lo ritroviamo forte, nella specie umana, ancora al giorno d’oggi. È così, che si passa dalla condivisione della preda alla cena con gli amici. Chi decide di dividere la stessa tavola e di mangiare assieme, vuole rendere gli altri commensali partecipi di nuove esperienze, culinarie e non, vuole dividere con loro il piacere della tavola, rafforzare un legame sociale, condividere momenti da ricordare.

Il secondo concetto riconducibile al cibo riguarda l’identità culturale. Le diverse culture gastronomiche, infatti, hanno contribuito a definire e ad identificare, nel corso dei secoli, l’identità di un popolo e, di conseguenza, il suo stile di vita. Il Belpaese, ad esempio, è disseminato di differenti tradizioni culinarie. Persino all’interno di ogni regione esistono territori con un’identità gastronomica ben precisa, con piatti tipici che si tramandano da una generazione all’altra e che devono essere riscoperti perchè l’identità culturale di un Paese si esprime anche a tavola.

Cibo e salute

Un terzo aspetto collegato direttamente al cibo riguarda la salute. Oggi non è sempre facile degustare prodotti sani e genuini. Conservanti, coloranti, anabolizzanti e sostanze chimiche di sintesi di cui si è fatto largamente uso negli scorsi decenni, hanno contribuito ad accrescere in ognuno di noi il sospetto ogni volta che ci approcciamo ad un nuovo alimento. Le notizie che la cronaca riporta di tanto in tanto riguardanti le sofisticazioni alimentari non ci rassicurano.

Abbiamo compreso, da qualche tempo, che “Siamo quello che mangiamo”, come affermava il filosofo Feuerbach e proprio perchè conosciamo l’importanza della corretta alimentazione per il nostro benessere psicofisico, che inizia a farsi strada una sensibilità sempre maggiore nei confronti della qualità del cibo che consumiamo e dell’importanza di acquistare prodotti alimentari naturali e garantiti.

Un esempio emblematico è rappresentato dall’agricoltura biologica. Questo approccio alimentare non prevede l’utilizzo di fertilizzanti chimici e di pesticidi per le coltivazioni, garantendo una maggiore sicurezza circa la qualità degli alimenti di cui ci cibiamo. Il bio da semplice tendenza del momento, è diventata un vero e proprio fenomeno che, anno dopo anno, conquista sempre più estimatori. Questo costante sviluppo dell’agricoltura biologica, inoltre, dimostra la sempre maggiore attenzione dei produttori nei confronti della salvaguardia dell’ambiente e della salute dell’uomo. La cultura del biologico travalica il mercato del fresco, rappresentato da frutta e verdura, coinvolgendo, di recente, anche ad altri alimenti quali i prodotti da forno e, in particolare, quelli tipici.

Tarallini biologici pugliesi

Un esempio è rappresentato dai tarallini biologici pugliesi, che identificano la cultura gastronomica di questo territorio. L’impasto dei taralli biologici, realizzato secondo l’antica tradizione gastronomica locale, è ottenuto utilizzando semplici ingredienti, quali farina, vino bianco, sale e olio extravergine di oliva che non contengono concimi chimici. Il risultato sono tarallini davvero naturali e genuini privi di OGM, grassi idrogenati, conservanti, coloranti e aromi artificiali.

Tutta la natura di una spiga di grano e dell’oro giallo sono racchiusi in questo piccolo, appetitoso snack. Perfetto sostituto del pane, questo rompidigiuno valorizza ogni aperitivo, grazie alla sua fragranza autentica ed inconfondibile. Dedicati a chi ama i sapori semplici, ma non banali, i tarallini biologici preservano l’autentico sapore della terra di Puglia e la fragranza delle cose buone di un tempo.

Irrigazione

Tutto sull’irrigazione delle ortive in pieno campo

E’ bene cominciare con una piccola precisazione: quando parlo di ortive in pieno campo mi riferisco principalmente a insalate, radicchio, patata, cipolla, porro, aglio, basilico, spinacio, fagiolino, sedano ecc. Detto questo posso tranquillamente affermare che l’irrigazione delle ortive è una questione piuttosto delicata per diversi motivi quali:

  • costituzione, in certi casi fragile, della pianta
  • sensibilità a diverse patologie
  • vento
  • temperature elevate e precipitazioni scarse
  • tipologia del terreno in quanto può variare di anno in anno
  • ciclo breve e ripetuto più volte nel corso della stagione.

Non solo, l’impianto di irrigazione deve essere adatto per la fertirrigazione ed estremamente uniforme nella distribuzione di acqua e nutrienti. Charles Dawking, illustre imprenditore che si occupa di realizzare indexing plungers manufacturer e altri dispositivi legati all’irrigazione, si dice entusiasti di tali metodi –Sono sicuramente ottimi, i migliori possibili per il contesto agricolo!-.

Dal punto di vista della gestione il sistema irriguo deve essere mobile ma allo stesso tempo non richiedere continui spostamenti e garantire l’irrigazione simultanea di superfici molto ampie o molto piccole.

I parametri energetici

Sul fronte energetico (gasolio o energia elettrica) l’impianto deve essere “parco” in modo da mantenere i costi/mc contenuti.
Si cercherà di prediligere sistemi con portate elevate e pressione medio/basse (2-5 bar).

Con queste indicazioni possiamo dire di aver stilato il documento di identità del sistema irriguo perfetto per l’ortiva di pieno campo! Riassumo i punti salienti:

  • delicato con terreno e pianta
  • molto uniforme
  • adatto per la fertirrigazione
  • poco influenzato dal vento
  • in grado di contrastare le alte temperature
  • mobile ma non impegnativo nella gestione del turno irriguo
  • in grado di gestire aree di grandi dimensioni o piccoli appezzamenti
  • parco nei consumi.

Elenco i 4 sistemi più diffusi ad oggi:

  1. Rotolone o irrigatore semovente
  2. Ala piovana
  3. Impianto a goccia
  4. Aspersione a basso volume con mini-irrigatori

Ciascuno di questi sistemi gode di una certa popolarità ma uno solo di questi soddisfa in pieno tutti i requisiti richiesti.

Il sistema ideale è l’aspersione a basso volume con mini-irrigatori.
La delicatezza di questo sistema è elevatissima in quanto il getto dei minisprinklers è realmente leggero e l’effetto battente sul terreno trascurabile.
La stessa cosa non può essere detta di rotolone e ala piovana in quanto l’effetto battente del primo e la precipitazione elevata in particolar modo del secondo destrutturano il terreno, causano ristagni e mettono a dura prova la parte aerea della pianta.
L’impianto a goccia è il sistema meno impattante su pianta e terreno ma costringe la pianta a esplorare porzioni molto limitate di terreno e questo fatto non sempre è positivo.

L’uniformità ottenibile con i min-irrigatori può superare il 90% anche in presenza di terreni con forti dislivelli grazie ai meccanismi di regolazione della portata.
Solo la goccia è in grado di eguagliare o superare questo dato. Il rotolone difficilmente raggiunge valori del 80-85% e l’ala piovana ha sempre evidenziato uniformità molto basse tra il primo ugello e quello più lontano.

Mini-irrigatori

I mini-irrigatori sono realizzati in materiali resistenti agli acidi ed ai più comuni fertilizzanti utilizzati in agricoltura.
Se sommiamo a ciò l’elevata uniformità di distribuzione allora possiamo definire l’aspersione a basso volume un sistema idoneo distribuire acqua e fertilizzanti.
All’impianto a goccia va riconosciuto il vantaggio di veicolare i nutrienti in modo uniforme e localizzato.
Il rotolone e l’ala piovana, appositamente accessoriati, possono distribuire i fertilizzanti ma con efficienza senz’altro minore a causa delle problematiche rilevate in precedenza (ristagni, ruscellamenti, compattamento, scarsa uniformità etc).

Il vento è un aspetto che va tenuto ben in considerazione per l’elevata influenza, negativa, che esercita sull’efficienza dell’irrigazione.
I mini-irrigatori, data la bassa traiettoria e la vicinanza tra loro (7-15 m), riescono a contenere gli effetti negativi ed a svolgere egregiamente il loro lavoro anche in aree costantemente battute da correnti d’aria come, ad esempio, i litorali.
L’impianto a goccia è il sistema meno influenzato dal vento ma nulla può sugli effetti negativi provocati sulla pianta in caso di vento secco e temperature elevate.
L’ala piovana mantiene un comportamento abbastanza lineare ed è poco influenzata.
Il rotolone, data la traiettoria molto alta e la ampia “vela” del getto, risulta drammaticamente ridimensionato nelle prestazioni a tal punto da costringere ad estenuanti irrigazioni notturne.

Climatizzazione

La climatizzazione è un aspetto di grande interesse e contrastare le alte temperature in modo efficace procura un enorme sollievo alla coltura in termini di benessere e produttività.
I mini-irrigatori presentano tutte le caratteristiche di un erogatore idoneo al raffreddamento:

  • bassa portata
  • gocce di dimensioni molto contenute
  • facilità all’evaporazione
  • gestione di turni irrigui molto brevi e ravvicinati nelle ore di massimo calore.

Non a caso si moltiplicano le aziende che adottano programmi specifici di raffreddamento tramite mini-irrigatori.
Il rotolone e l’ala piovana non sono in grado di contrastare adeguatamente le temperature elevate in quanto la gestione di cicli di irrigazione brevi e ripetuti è pressoché impossibile. L’impianto a goccia non ha alcuna chance di successo quando la colonnina di mercurio si alza oltre i 28-30 °C.

L’irrigazione delle ortive in pieno campo necessita di sistemi di irrigazione mobili sia per la necessità di cambiare appezzamenti di frequente ma anche per le lavorazioni del terreno che si effettuano.
Rotolone e ala piovana sono i sistemi mobili per eccellenza ma costringono ad una gestione dei turni irrigui a dir poco “nevrotica” quando, in assenza continua di precipitazioni, le temperature si mantengono elevate per lungo tempo.
Aspersione a basso volume e impianti a goccia sono invece sistemi “fissi ma mobili” ovvero si installano e disinstallano ad inizio e fine stagione ma permangono sul terreno per tutto il ciclo colturale.

In questo modo la gestione di turni irrigui frequenti si traduce in un semplice azionare le valvole di settore.

La flessibilità di un sistema è fondamentale quando si tratta di irrigare efficacemente piccoli appezzamenti o grandi aree.
L’aspersione a basso volume e la goccia sono sistemi perfettamente adattabili e garantiscono lo stesso risultato su 4.000 metri quadri o 60.000 metri quadri.
E’ il caso di un’azienda che produce insalate e che necessita di irrigare un’area pari ad una giornata di trapianti, es 7.000 m2, ed un’azienda che produce patate e che, disponendo di acqua in giusta misura, vuole irrigare 5 ha “al colpo” in 4 ore ore due volte la settimana.
E’ chiaro come questi due casi sia impossibile, o quantomeno poco pratico, utilizzare il rotolone o l’ala piovana.

L’economicità di gestione di un sistema è tanto più apprezzata quanto maggiore è il prezzo del combustibile o dell’energia elettrica.
Essendo il consumo energetico influenzato da parametri quali la portata richiesta e la pressione di esercizio è chiaro che, a parità di superficie irrigata e mm distribuiti, il sistema a goccia sia il più parco.

A seguire aspersione a basso volume e ala piovana. In ultima posizione, a causa delle 8-10 atmosfere di esercizio, il rotolone.

In definitiva dall’analisi di questi 8 aspetti di basilare importanza risulta che aspersione a basso volume e goccia sono i sistemi che meglio si adattano all’irrigazione di ortive in pieno campo.

L’aspersione a basso volume tramite mini-irrigatori però, data la maggior efficacia in fase di protezione dalle alte temperature e vista l’importanza via via maggiore che la climatizzazione andrà a ricoprire in futuro, vince il confronto e può essere definito, meritatamente, il sistema Irriguo Ideale per la maggior parte delle ortive di pieno campo.

Il 12% delle donne italiane conosce i vini biodinamici

L’università Luiss di Roma ha condotto una ricerca intervistando 1.200 donne di età compresa tra i 18 e i 60 anni, con laurea nel 36% dei casi, diploma nel 50% e titolo di scuola media nel 14%. Da questa ricerca emerge che il 12% delle donne italiane conosce i vini biodinamici.

L’università Luiss di Roma ha condotto una ricerca intervistando 1.200 donne di età compresa tra i 18 e i 60 anni, con laurea nel 36% dei casi, diploma nel 50% e titolo di scuola media nel 14%.
Da questa ricerca emerge che il 12% delle donne italiane conosce i vini biodinamici; non solo, per berli è disposta a spendere anche il 38% in più rispetto a quanto spenderebbe per un vino simile ma “tradizionale”.
Anche il vino biologico piace alle donne italiane, al punto che per berne un bicchiere esse sono disposte a pagarlo il 28% in più.

Ma per quali motivi le donne italiane scelgono un vino piuttosto che un altro?

Nell’ordine i criteri di scelta maggiormente utilizzati sono la narrazione evocata, i giudizi delle guide e i premi ricevuti da quell’etichetta, il territorio, il passaparola, l’etichetta.
Il 63% delle consumatrici intervistate mostra interesse per vini con una gradazione alcolica abbastanza bassa e nel 66% dei casi le donne preferiscono vini autoctoni e di territorio. Inoltre il 40% delle enoappassionate intervistate vorrebbe ricevere maggiori informazioni nella fase di acquisto del vino, informazioni di carattere educativo, turistico e salutistico. Il 40% delle intervistate che chiedono indicazioni salutistiche vorrebbe anche che fossero esplicitate «in chiaro» calorie, quantità consigliate, pericolosità e proprietà nutrizionali.

Altri dati interessanti emersi da questa ricerca Luiss sono che un pasto senza vino viene percepito dalle donne intervistate come una “pausa di rifornimento veloce” (per il 34% delle intervistate), un momento “triste” (per il 28%), o una dieta (per un altro 28%).
Inoltre, per le donne italiane, meglio bere un calice con il partner (48%), con l’amante (28%) e con le amiche (17%).
Il 30% delle donne intervistate ha dichiarato, infine, che un uomo che non beve vino è poco interessante.
A tutte le donne amanti del vino biodinamico, del vino legato a un territorio specifico, che di quel territorio diventa espressione quasi “artistica” e “culturale”, è da consigliare una visita a La Raia, azienda agricola situata a Novi Ligure, tra le dolci colline del Gavi, dove si producono 3 Gavi DOCG biodinamici e 2 Barbera DOC, anch’esse biodinamiche.

I vantaggi della Coltivazione Organica

Coltivazione organica: un metodo di coltivazione sostenibile legato alle realtà locali. Il metodo sociale e naturale teorizzato da Sir Albert Howard per la produzione di verdure organiche.

I primi studi sull’agricoltura organica sono iniziati all’alba del 1900 dal botanico sir Albert Howard, dopo aver passato una ventina di anni in India per studiare i vari metodi di coltura dei contadini autoctoni, con il desiderio di trovare metodologie alternative ma altrettanto efficaci di quelle in uso in Europa per la sconfitta delle malattie delle piante.
Quasi subito si rese conto che i metodi tradizionali che in Europa erano stati accantonati come obsoleti avevano invece un importante valore aggiunto oltre a garantire piante più sane permettevano un risparmio in termini economici dato dalla diminuzione appunto delle malattie e quindi da un’ottimizzazione della produttività di verdure organiche. Questo lo porto ben presto all’elaborazione di un approccio differente nell’impostazione del processo di coltivazione.

I principali fattori del nuovo approccio erano:

– qualità e salubrità del terreno. Con la vicinanza agli agricoltori locali imparò presto che il mezzo più efficace per ottenere un raccolto di buona qualità consiste nell’occuparsi prima di tutto della salute del terreno.

– sistema “indoor”: per il mantenimento delle condizioni di partenza ottimali è indispensabile dopo aver tolto al terreno restituire secondo una legge chiamata “legge del ritorno” gli scarti organici, ecco quindi che Sir Howard creò un fertilizzante basato su sostanze animali e vegetali che consentì ai terreni di ripristinare il doveroso equilibrio, fornendo così alle piante in fase di coltivazione il più giusto apporto di sostanze nutritive.

-rispetto dei cicli naturali. Nelle sue opere sir Howard parla di “agricoltura naturale”, non dimenticando mai di porre l’accento che la cosa più importante su cui si basa il procedimento da lui indicato è il rispetto dell’armonia e delle leggi di natura durante l’attività agricola.

In seguito a questa esperienza le idee di Sr Howard si diffusero con le opere di Lady Balfour in particolare tramite il testo “the living soil” in cui s’illustravano le ricerche effettuate e le attività svolte riguardo all’approccio alternativo alla coltivazione convenzionale costituendo una vera e propria disciplina che prese il nome di “agricoltura organica”, vista la considerazione data all’apporto dei singoli organismi che vanno a interagire con tutto il contesto agricolo ma anche perché concentrata sulle importanze delle sostanze organiche per mantenere piante e animali in condizioni ottimali.

Questi scritti furono poi il punto di riferimento per gruppi di scienziati agricoltori e nutrizionisti che unendosi fondarono la Soil Association, un organismo tuttora esistente che si occupa della certificazione e sviluppo di tutti i prodotti provenienti da agricoltura organica, anche se sempre più spesso e sopratutto nei paesi anglosassoni il termine organico è divenuto sinonimo di biologico.

Questo tipo di approccio alle coltivazioni non è più legato solo ai paesi sviluppati ma è presente commercialmente in 120 paesi, con trentuno milioni di ettari coltivati e un bacino di consumi di oltre 40 miliardi di dollari nel 2006 dati da un rapporto FAO presentato all’apertura della conferenza internazionale sull’agricoltura organica e sicurezza alimentare del maggio 2007.

Questo rapporto oltre a fornire una stima economica del successo di questo tipo di coltivazione identifica tutti i punti di forza e di debolezza del sistema oltre a valutare il fondamentale contributo fornito per il raggiungimento di una sicurezza alimentare, contiene un’analisi dettagliata delle caratteristiche della catena alimentare biologia rapportandola al diritto al cibo e propone iniziative di ricerca e di attività politica per rinforzarne ulteriormente i risultati a livello nazionale e internazionale.
I punti di maggior forza di questo metodo sono la totale indipendenza da combustibili fossili e l’affidamento pressoché totale su produzioni locali. La forte interazione con i processi naturali ottimizza i costi e la resistenza complessiva dell’ecosistema agricolo anche rispetto a condizioni climatiche difficili come si può leggere dal rapporto.

Con una corretta gestione della biodiversità nel tempo e nello spazio gli agricoltori che applicano questo metodo, usano il lavoro e i servizi ambientali per aumentare la produzione rigorosamente in modo sostenibile, rompendo così anche un circolo improduttivo legato all’indebitamento cui i piccoli agricoltori sono costretti per l’acquisto dei mezzi di produzione che tra l’altro ha causato sopratutto in tempi di crisi un terribile aumento dei suicidi in questa categoria.

Vendita diretta: qualita’ e prezzo? possibile in aziende agricole

Analizzati i prezzi dei 9 ortaggi di stagione più comuni. Si risparmia nella grande distribuzione, ma è nelle aziende agricole che si trova il binomio qualità-prezzo.

E’ vero che si risparmia ad acquistare frutta ed verdura nelle aziende che effettuano la vendita diretta? Un’indagine della Coldiretti apuana dimostra che, il binomio prezzo-qualità, è possibile e non sta molto lontano, e che spesso, sta nel campo vicino a casa propria. Ci vuole po’ di accortezza, questo è chiaro, ma è davvero possibile portare a casa “sacchettate” di verdura risparmiando anche fino al 30%. I prezzi infatti – spiega l’organizzazione agricola da sempre impegnata a valorizzare il sistema agroalimentare – non subiscono le intemperie del mercato e non sono soggetti alla legge della domanda-offerta per cui un chilo di finocchi si paga a peso d’oro quando sul mercato cominciano a scarseggiare, e meno quando, invece, ne è invaso. E dalla loro, le aziende agricole, hanno un altro importante punto: la qualità di un prodotto quasi biologico, se non bio al 100% (non vengono utilizzati prodotti fitosanitari o trattamenti per intensificare la produzione), la certezza della provenienza, e sapori e profumi che spesso si dimenticano con il sotto vuoto o rovistando nelle cassette di negozi e market. Ed il peso? Non si paga al grammo come accade nella grande distribuzione. Nelle aziende agricole che effettuano la vendita diretta si usa ancora la bilancia ad ago perché – spiegano gli ortolani – “se ci sono 100 o 150 grammi in più da noi si paga solo il chilo pieno. E’ un agricoltura generosa che non bada al centesimo”.
Coldiretti, per spiegare la dinamica della vendita diretta che in Provincia di Massa Carrara conta quasi un centinaio di esempi, da Massa a Carrara fino alla Lunigiana, ha analizzato i prezzi di supermercati e negozi e li ha paragonati a quelli osservati dalle aziende agricole che effettuano vendita diretta. In alcuni casi il risparmio è evidente, in altri, potrebbe non esserci perché – spiega Vincenzo Tongiani, Presidente Provinciale dell’organizzazione agricola – la qualità, in alcuni casi, si paga ed è giusto pagarla. Ma a differenza di altre soluzioni di vendita c’è la certezza di cosa si mangia e in un mercato semprepiù globale sapere cosa c’è nel piatto è un motivo per gustarlo con più cura e soddisfazione”. Di certo è che questa vecchia maniera di “vendere” sta tornando in auge mentre la nuova tendenza del mercato dipinge un consumatore più attento, che predilige spendere di più e cercare la qualità. “C’è un ritorno del consumatore al consumo consapevole – sottolinea Tongiani. Si è stufato di non sapere cosa mangia. E vuole mangiare bene e sano”.

I prezzi. Finocchi, cavolfiori, insalata (scarola e riccia), gobbi (o cardi), bietole, rapini, cavoli, cipolle e zucche: sono questi i 9 ortaggi del momento presi in analisi da Coldiretti. I prezzi sono riferiti al 25 gennaio e quindi, potrebbero essere diversi rispetto a quelli in vigore oggi. I negozi si trovano tra Massa e Marina di Massa mentre per la categoria supermercati si intende la grande distribuzione. I prezzi delle aziende agricole sono stati raccolti tra Carrara e Massa.
L’indagine dimostra che, ipotizzando una spesa basata sui 9 prodotti (un chilo di tutti i prodotti contenuti nel paniere di Coldiretti), è la grande distribuzione la più conveniente con una spesa minima (si intende il prezzo più basso rilevato) di poco superiore ai 10 euro ed una massima di quasi 15 euro (si intende il prezzo massimo rilevato). Mentre nei negozi il gap è molto più elevato: si passa dagli oltre 13 euro ai quasi 20. E nelle aziende agricole? Più conveniente rispetto al negozio con 12,70 euro, ma più caro rispetto a tutte le tipologie: oltre 21 euro per una borsa. Si va da 1,50 euro a 2,00 euro per un chilo di finocchi in azienda, che sono i prezzi medi, al 0,98 centesimi (ma in questo caso era scontato) del market fino all’1,59 euro, per toccare punte di 2,20 euro nel negozio. Il cavolfiore è invece molto caro nella grande distribuzione dove sfonda quota 3 euro (il prezzo massimo) mentre in azienda non supera mai i 2 euro al chilo e si può trovare anche ad 1 euro. Altalena di prezzi per l’insalata, probabilmente, la verdura più consumata: si passa dai 0,70 centesimi dell’azienda con punte fino a 1,50 euro ai 2,50-3,70 del negozio. Nella grande distribuzione si trova tra l’1,18 e 1,99 euro. Sicuramente più costosi in azienda i cardi (o gobbi) dove costano 3 euro al chilo come le bietole (sui 2 euro) contro la grande distribuzione con 1,28 euro e la forbice di 30 cent nel negozio dove si mette in borsina sborsando tra l’1,70 e 2 euro. La bietola è, invece, molto vantaggiosa in azienda dove si acquista con 1 euro, massimo 2. In mezzo, tra 1 e 2 euro troviamo l’1,28 dei market fino all’1,40-1,50 dei negozi. Prezzo quasi standard per i rapini: da un minimo di 1,40 a un massimo di 2 euro un po’ ovunque. E i cavoli? Si va da 1 euro a pianta dell’agricoltore diretto fino all’1,50 del negozio quando nei grandi mercati si attesta intorno all’1,20 euro. Ma il prodotto più caro è la zucca: 4,70 euro al chilo in azienda come al negozio, con minimi di 1 euro; 1,15 euro per un chilo al supermarket.

L’analisi. “L’analisi – spiega Tongiani – e la tabella non evidenziano due aspetti fondamentali: il prodotto e la provenienza. La qualità non ha paragoni con nessun prodotto sul mercato. La verdura è di stagione, non ha forzature o aiuti chimici, e passa dal campo alla tavola senza passaggi intermedi. Si può pagare di più, è vero, ma anche di meno rispetto a molti prodotti di libero corso sul mercato. L’altro aspetto da considerare è la provenienza: sono terreni e produttori sicuramente locali e non cecoslovacchi o di chissà quale altro paese. La qualità, in questo frangente, si fa pagare e per fortuna sempre più persone si stanno dirigendo verso questo modo di fare acquisti”.
Ma c’è dell’altro, al di la dei prezzi e del mercato, che come spiega Tongiani, si chiama “valore immateriale delle produzioni”. “Dietro un chilo di finocchi c’è il bello ed il cattivo tempo, c’è il rischio della gelata, e il lavoro del contadino, c’è l’amore verso la terra e verso il mestiere; non ci sono ettari a perdita d’occhio di coltivazioni ma piccoli orti. Non troverete ormoni e pesticidi, ne tanto meno produzioni intensive ma solo contadini, così si chiamavano, imprenditori che mantengono la tradizione di un segmento di mercato che ha perso le sue radici. Acquistare in azienda significa trovare assieme a qualità e risparmio, le radici della nostra terra e della nostra storia”.

VENDITA DIRETTA: I 9 PRODOTTI DELL’INVERNO. RISPARMIO SI O RISPARMIO NO?
Prodotto Negozio Grande distribuzione Vendita Diretta
Finocchi 1,30/2,20 0,98/1,59 1,50/2,00
Cavolfiori 1,80/2,00 1,49/3,02 1,50/2,00
Insalata (Scarola e Riccia) 2,50/3,70 1,18/1,99 0,70/1,50
Gobbi o Cardi 1,70/2,00 1,28 2,00/3,00
Bietole 1,40/1,50 0,99/1,28 1,50/2,00
Rapini 1,40/1,50 1,65/2,00 1,50/2,00
Cavoli 1,30/1,50 0,79/1,20 1,50/2,00
Zucche 1,00/4,70 1,15 1,00/4,70
Cipolline(a mazzetto) 70/80 0,69/1,38 1,50/2,00